Quando Wimbledon sta per cominciare il mondo tennistico, e anche un po’ quello non, si mobilita. Rimane questo il torneo più mitico e leggendario del circuito, ed è giusto che sia così, anche se ha i suoi pro e i suoi contra. Indubbio che si possa assistere a una spettacolarità di gioco tutta sua e che non vedi altrove: per esempio dei tuffi da portiere di calcio complice l’erba, più morbida della terra e del cemento; o recuperi impossibili di punti apparentemente chiusi; o tagli assassini specie da parte di mancini veri, sempre più rari; o pallonetti acchiappati in extremis e rinviati di tra le gambe. Eccetera. Un po’ però il modo di giocare si è uniformato ovunque e su ogni superficie, e non c’è più il giocatore specialista e il gioco “da erba”. E comunque il pubblico inglese, attento, sottolinea gli exploits con piccoli boati di stupore che si sentono solo lì, in un centre court che ha il più corto dei diaframmi tra pubblico e gioco, e sembra un salottino privato. Tra i contra, però, che se ti trovi a vedere un buon servitore contro un pessimo risponditore il match diventa frammentato in stringhe di scambi troppo brevi di solo due colpi. Il bel tempo stabile non è fra le doti di Londra, e gli incontri, se piove, possono venire interrotti anche tre o quattro volte, e questo è spiacevole (con la relativa manfrina della copertura con i teloni, operazione che a certi inglesi attira di più del gioco in sé!). Se poi non piove, di frequente tira vento, anche forte. Ho visto in TV Harrison-Seppi da Eastbourne, e mi sono chiesto come mai l’incontro non fosse rinviato e i giocatori smoccolassero solo così timidamente. Eppoi, ad essere sinceri, dopo tre giorni di gioco i campi di Wimbledon sono ridotti in stato pietoso, l’erba è scomparsa dove si serve e nei primi tre metri di campo, e, se il monte premi non fosse così stratosferico, molti giocatori se ne tornerebbero a casa.
Torniamo al tennis giocato e italiano. A me pare che stando coi piedi per terra pochi sono gli incontri in cui gli italiani partono favoriti. Nel maschile vedo nero: a lume di naso solo Cipolla, guarda guarda, potrebbe essere favorito sicuro (ma non conosco il suo avversario); gli altri dovranno remare, e anche remando ce la dovranno mettere tutta. Dico tre promossi e quattro bocciati. Nel femminile abbiamo una delle nostre che passerà il turno perché opposta a un’altra italiana (non so se dire che peccato o che fortuna!), e credo sarà la Pennetta; per il resto la Errani finirà per farcela contro la ragazzona americana; e anche la Vinci contro la nuova starlette australiana. Per le altre ci sarà da sudare le sette camicie, a cominciare dalla Schiavone. Laura Robson è una di quelle promesse un po’ sgonfiate, e in fondo da quattro anni a questa parte ha deluso o ha avanzato con i passi di piombo. Gioca anche pochissimo e forse è già stanca del tennis a 18 anni. A Wimbledon ha però sempre fatto benissimo, e la Schiavone di adesso deve temere lo sgambetto. Questa Robson è un po’ pesantotta di fisico, e ha troppe natiche da portare a spasso. Però tira bene da fermo, e ha un vincente micidiale che ti fulmina se la lasci giocare, e soprattutto rispondere sulla seconda corta. L’anno scorso ha dato un po’ di filo da torcere, qui, cioè lì, alla stessa Sharapova.
Ma mi raccomando, Vinci-Errani: ci credo in questa favola, specie se perderanno abbastanza presto in singolare, che Dio non voglia. Ormai sono il più grande doppio femminile mai avuto dall’Italia. Chi legge lasci pure un commento, sempre bene accetto.