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La Schiavone a un passo (dal perdere)

by Franco Marucci

Come avevo preventivato la Schiavone ha rischiato grosso ieri, e per un set e mezzo quasi è stata presa a pallate dalla Robson, letteralmente ingiocabile. La quale Robson, ammettiamolo, non è più una promessa ma nemmeno una realtà: non sono d’accordissimo sul fatto che sia la n. 1 del futuro. I colpi li ha tutti, certo, e buoni per superfici veloci come erba e cemento. Mancina, tira forte e anche slice il servizio, un servizio che è difficile da indovinare perché l’impatto è a scatto violento, il lancio è coperto,  e quindi la traiettoria è imprevedibile, e la palla va spesso ad accarezzare le righe; risponde aggressivo sistematicamente sulle seconde deboli e schiaffeggia in avanzamento se le dai campo, e lascia volentieri ferma l’avversaria. Sennonché ha troppa ciccia addosso (avete visto che cosce?) e se fatta muovere, soprattutto lateralmente, sbaglia e perde campo. Ha scarsa mobilità, dunque.  E a rete non è un  mostro. Il neo più grosso è che va facilmente fuori di testa, e se cambi un po’ le cose in campo, sporchi il gioco, e lo vari, può entrare in serie negativa. È quello che è successo ieri. La Schiavone ha vinto tutto sommato di esperienza più che per qualità di gioco, grazie a un game che è per sua fortuna girato (credo fronteggiasse un 40-0 contro)  ai primi del secondo set; e comunque ha lasciato pericolosamente riavvicinare la Robson credendo incautamente di avere partita vinta. A mio avviso però la chiave dell’incontro è la contrattura fantasma alla schiena che la Schiavone ha lamentato chiamando in campo la fisioterapista e assentandosi per buoni dieci minuti. Dico fantasma perché le spiegazioni fornite nell’intervista, di un “blocco al diaframma”, sono piuttosto inattendibili. Abbia o no avuto questa contrattura o cos’altro, ha avuto preziosi minuti per fare mente locale, ricapitolare le idee, rileggere la partita, capacitarsi di quello che stava accadendo e pensare a delle contromisure. Nel frattempo la Robson, poverina, non sapeva come ingannare il tempo e la sua trance agonistica se ne andava lentamente  in fumo. Al rientro in campo tutto piano piano è girato.

Queste interruzioni del gioco per malanni sono previste dai regolamenti, e a volte i malanni sono veri, ci mancherebbe. Altre volte, molte altre volte credo, sono trucchetti del giocatore navigato che sta per perdere, per guadagnare tempo. Che  ne direste se dopo i set, uscendo dalle ipocrisie, si concedesse ai giocatori non un injury time, ma semplicemente una pausa di cinque minuti per pensare, come nel calcio all’intervallo tra i due tempi?

Circa i restanti incontri delle nostre dico solo che Sara Errani ha giocato a un certo punto del secondo set il più bel game che le abbia mai visto giocare: e nonostante tutto la Vandeweghe è ancora in partita (mannaggia la pioggia!) e ha mostrato una potenza e una tenuta di colpo letteralmente  mostruose. Doppio onore alla Errani. Se l’americana avesse più continuità nel servizio, e mettesse più prime, sarebbe questa una giocatrice del futuro, più della Robson. I commentatori TV non hanno ricordato, mi pare, che è una vecchia conoscenza: fu schierata, senza destare molta impressione, nella finale Fed Cup che vincemmo contro le Usa in casa loro.

 

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